Confessioni di una guardia giurata

Incontriamo Mauro T. ad un convegno del settore sicurezza privata. È sulla quarantina, altezza intorno al metro e ottanta, leggermente stempiato, sembra in forma ma non è certo un palestrato. L’aggancio che fa scattare la simpatia reciproca è un commento abbastanza triviale in romanesco che scappa al sottoscritto. Commento subito decodificato da Mauro che tradisce così un lungo periodo di frequentazione della capitale. Oggi è un dirigente di una grossa azienda di vigilanza, ma prima è stato per molto tempo sulla strada, svolgendo praticamente ogni incarico operativo possibile, dalla vigilanza areale al portavalori.

Dopo l’ultimo intervento del convegno, una barbosissima dissertazione sulla giurisprudenza europea del settore, ci trasferiamo al bar dell’albergo e davanti a un paio di birre accetta di rilasciare questa intervista. Pone solo due condizioni: 1) il suo vero nome non deve essere divulgato, dato che molti degli incarichi che ha svolto sono stati eseguiti sotto contratti che prevedevano almeno una decina di pagine di clausole di riservatezza; 2) il conto del bar sarà a mio carico. Com’è nello stile del personaggio, andiamo subito al sodo.

AdL: Come hai cominciato a fare questo lavoro?

Mauro: Dopo aver terminato il mio periodo in Marina ero un sottocapo di prima classe disoccupato. C’erano poche cose che sapevo fare e per cui qualcuno mi avrebbe potuto pagare. La guardia giurata era la prospettiva più promettente.

AdL: Quando eri in Marina che incarichi svolgevi?

Mauro: Ero nel battaglione San Marco, ero di stanza a Brindisi e per un periodo sono stato in Kosovo con incarichi operativi.

AdL: Quindi come ex militare dei corpi scelti non è stato un problema trovare lavoro nel settore sicurezza.

Mauro: Beh, ero tornato a Catania, dai miei genitori. Mandai una decina di curriculum prima dell’estate, poi me ne partii per un paio di mesi. Feci un giro in Francia, Spagna e Portogallo. Quando tornai c’erano tre risposte di aziende interessate e dopo un mesetto di colloqui lavoravo a Roma. Giusto il tempo di prendere il porto d’armi e giurare in Prefettura.

AdL: Raccontaci qualche esperienza di quel periodo a Roma.

Mauro: Lavoravamo un sacco, anche 12 ore al giorno. Era una bella squadra, gente molto pratica. Guadagnavo bene, ma a Roma la vita costa molto e a fine mese non mi rimaneva quasi niente in tasca. In più non è che facessi una vita monacale, diciamo. Ho cominciato lavorando davanti ai supermercati dei quartieri più caldi, poi sono stato messo davanti alle banche… un bel periodo… e poi a fare la vigilanza notturna al policlinico. L’unico episodio un po’ brutto è successo lì.

AdL: Racconta…

Mauro: Una notte mentre eravamo di ronda con un collega abbiamo beccato due tossici che si erano ricavati un rifugio in un sottoscala semi-abbandonato. Dovevamo farli sloggiare, ma loro non erano molto d’accordo, ne nacque una discussione un po’ accesa e all’improvviso uno di questi si gira e mi lancia addosso una siringa. Che si conficca dritta nel giubbotto antiproiettile, in basso, a tre dita dall’inguine. Ho avuto un momento di black out… in automatico ho estratto la Beretta, scarrellato e sparato un colpo…

AdL: Poi che è successo?

Mauro: Niente, sono stato fortunato, il proiettile è entrato nel muro 5 centimetri più su di dove si trovava quella testa di c…

AdL: Hai dovuto sparare altre volte nella tua carriera?

Mauro: Solo un’altra volta, durante un tentativo di furto in una gioielleria, ma erano due disgraziati rumeni mezzi ubriachi. Scappando uno è inciampato nel marciapiede e si è pure rotto un braccio. Gli ho dovuto chiamare l’ambulanza…

AdL: Ti sei mai sentito in pericolo durante le tue giornate lavorative?

Mauro: Sì, certo, molte volte. Sai, in media ogni anno c’è una guardia giurata uccisa sul lavoro. Quasi tutte sono nel sud Italia, soprattutto nel napoletano. Ogni tanto ci pensi che quest’anno potrebbe toccare a te, poi ti fai un caffè e non ci pensi più.

AdL: Oggi di cosa ti occupi?

Mauro: Dirigo la centrale operativa di un istituto di vigilanza siciliano. Sono tornato a casa. Ora guadagno come a Roma ma qui la vita costa la metà. Ora ho una famiglia, non mi posso più permettere di rimare scoperto l’ultima settimana del mese.

Mauro tira fuori il cellulare e mi fa vedere le foto del figlio e della moglie. Sul tavolino i boccali di birra vuoti si sono accumulati, sono le 10 di sera ed è ora di tornare in albergo. Ci salutiamo con una stretta di mano, sicuri che prima o poi ci si beccherà in giro da qualche parte, questo mondo non è poi così grande come si crede.